Bitches Brew di Miles Davis: storia e curiosità su uno degli album più importanti della musica jazz (e rock).

Il 30 marzo 1970 Miles Davis diede alle stampe attraverso Columbia Records una delle sue opere più amate, controverse e dibattute: Bitches Brew. Un doppio album premiato con un Grammy nel 1971 (miglior album jazz strumentale) e un altro nella categoria Hall of Fame nel 1999.

Ispirato all’Africa, fu caratterizzato dall’uso degli strumenti elettronici e da una post-produzione pervasiva e fondamentale, oltre che dalla rinuncia definitiva alla struttura classica della canzone e dell’utilizzo di melodie memorizzabili, a favore della libera improvvisazione.

Anche per questo si propone come un disco fondamentale nella storia del jazz e non solo. E nonostante la difficoltà ottenne anche grande successo commerciale: rifiutato dai puristi del jazz, vendette più di mezzo milione di copie, diventando il secondo album più venduto del genere dopo Kind of Blue, classico senza tempo dello stesso Miles.

Miles Davis, Bitches Brew: la storia

Bitches Brew non era il primo disco che fondeva jazz e rock nella storia. Lo stesso Davis si era già lanciato in un’operazione di questo genere con il precedente In a Silent Way. Ma di certo è il punto cardine della fusione tra due generi così distanti eppure così vicini.

A ispirare il genio di Alton fu il Festival di Woodstock, e in particolare alcuni suoi protagonisti: Sly Stone, James Brown, Karlheinz Stockhausen ma soprattutto Jimi Hendrix.

Bisognoso di registrare qualcosa che potesse avere un impatto commerciale positivo, viste le pressioni cui era sottoposto dalla Columbia, Miles capì che doveva rinunciare a molte della caratteristiche della musica che aveva registrato fino a quel momento.

Consapevole di dover abbracciare il rock e le sue innovazioni per raggiungere i suoi scopi, l’artista studiò in tutto e per tutto una metamorfosi nei suoi concetti musicali ma anche nel suo look, divenuto in pochi mesi assimilabile a quello di alcune rockstar tra le più famose dell’epoca.

Miles Davis
FONTE FOTO: https://www.facebook.com/MilesDavis

Bitches Brew: un nuovo Miles Davis

Così, in soli tre giorni tra il 19 e il 21 agosto 1969 venne registrato quello che doveva rappresentare l’opera massima del nuovo Miles: Bitches Brew. Al jazz tradizionale si sostituiscono improvvisazioni funkeggianti, jam sassion in salsa rock che mantengono il sapore del jazz soprattutto grazie al certosino lavoro del direttore d’orchestra Davis.

La sua tromba si pose così a guida di un gruppo di musicisti dal talento smisurato e di una torma di strumenti degno di una vera orchestra: due batterie, percussioni, sassofono, clarinetto basso, pianoforti elettrici, basso acustico, basso elettrico e una straordinaria chitarra.

Per capire la portata del lavoro d’avanguardia portato avanti da Miles Davis in quest’opera, basti fare il nome di alcuni dei protagonisti che lo accompagnarono in quest’impresa: Wayne Shorter, Chick Corea, Joe Zawinul, John McLaughlin.

E a rendere ancora più unico questo lavoro d’avanguardia pura fu la post-produzione di Teo Macero, la cui firma è evidentissima.

Questa la tracklist, con la durata dei brani:

1 – Pharaoh’s Dance (20.00)

2 – Bitches Brew (26.59)

3 – Spanish Key (17.29)

4 – John McLaughlin (4.26)

5 – Miles Runs the Voodoo Down (14.04)

6 – Sanctuary (10.52)

Di seguito un video live di Miles Runs the Voodoo Down:

FONTE FOTO: https://www.facebook.com/MilesDavis

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curiosità Miles Davis

ultimo aggiornamento: 31-03-2020


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