La disputa legale tra Sting e i suoi ex compagni dei Police sulle royalties degli streaming musicali: una battaglia che mette in discussione accordi storici.
La scena musicale internazionale è scossa dalla notizia della controversia legale tra Sting e i suoi ex compagni di band, Andy Summers e Stewart Copeland, riguardo ai ricavi derivanti dalle royalties degli streaming musicali. Questa disputa, che vede ballare milioni di dollari, è radicata in un accordo storico del 1977, che regolava la spartizione dei guadagni prima dell’avvento delle piattaforme digitali. Mentre Sting ha già versato una somma considerevole ai suoi ex colleghi, la cifra sembra non essere sufficiente per Summers e Copeland, che chiedono un compenso significativamente più alto.
Al centro della questione c’è la definizione stessa di ‘royalties’, e se gli streaming possano o meno essere considerati una ‘performance pubblica’. Intanto, la vendita del catalogo di Sting a Universal Music Group aggiunge ulteriore complessità alla situazione.
Accordi storici e nuove sfide: una questione di royalties e streaming
La disputa nasce da un accordo del 1977 che Summers, Copeland e Sting avevano stipulato per definire la divisione dei ricavi derivanti dalla musica della band. Questo accordo garantiva il 15% delle royalties a ciascun componente della band per le composizioni degli altri. Tuttavia, con l’emergere delle piattaforme di streaming, si è aperto un nuovo capitolo: come suddividere i guadagni derivanti da queste ‘nuove’ modalità di fruizione musicale.
Mentre Sting ha già riconosciuto a Summers e Copeland una somma di 870 mila dollari, i due ex membri ritengono che i compensi debbano essere ben più alti, chiedendo una cifra non inferiore a nove milioni di euro. Questa battaglia legale si è aperta all’alta Corte di Londra e rappresenta un punto di svolta nella gestione dei diritti musicali nell’era digitale.
La posizione di Sting
Sting, attraverso i suoi legali, considera questo contenzioso un tentativo “illegittimo” di reinterpretare un contratto già esistente. La sua difesa si basa su un accordo ristipulato nel 2016 che definisce le royalties come derivanti dalla ‘produzione di dischi’.

Gli avvocati di Sting sostengono che gli streaming debbano essere considerati ‘performance pubbliche’ e non rientrano quindi nella stessa categoria di diritti. Questa interpretazione potrebbe escludere gli streaming dal conteggio delle royalties previste dall’accordo originale. La fase successiva sarà capire se ci saranno gli estremi per proseguire con un processo e una discussione più approfondita in aula.
La vendita del catalogo e le implicazioni finanziarie
Nel 2022, Sting ha venduto l’intero catalogo musicale, comprendente sia i suoi lavori solisti che quelli con i Police, a Universal Music Publishing Group. Questo accordo, il cui valore stimato si aggira intorno ai 200 milioni di dollari, riunisce i diritti di pubblicazione musicale con i master.
Sebbene i dettagli dell’accordo non siano stati resi pubblici, si stima che il catalogo di Sting produca un flusso annuo di royalties tra i 12 e i 13 milioni di dollari, con un guadagno complessivo atteso di circa 360 milioni di dollari. Questa vendita aggiunge un ulteriore strato di complessità alla controversia, evidenziando l’importanza e il valore dei diritti musicali nel mercato odierno.