Deep Purple, inFinite: recensione dell’album in salsa prog

Deep Purple, inFinite: recensione ed emozioni di un progressive alternativo e vincente.

Ad alcuni di mesi di distanza dall’uscita dell’ultimo lavoro dei Deep Purple, inFinite continua a dividere gli appassionati di una delle maggiori band in circolazione. L’album ha raggiunto in poco tempo le prime posizioni delle maggiori classifiche europee. Basterà?

Deep Purple, inFinite: il saluto che divide e appassiona

Inizio molto in stile Deep Purple con chitarre chiuse e tastiera molto aggressiva: Time for Bedlam non fa innamorare ma ha il grande merito di rapire l’attenzione dell’ascoltare anche per una buona dose di novità che gli appassionati del gruppo non possono non scorgere tra i tratti disitntivi della canzone. Hip Boots ha un accompagnamento decisamente incalzante, una parte ritmica da una urlo ma una linea vocale che non fa impazzire. Banale. L’assolo è da sentire e risentire: cambi di tempo e di ritmo, tastiera e chitarra. Da brividi. All I Got Is You è la prima ballad che incontriamo nel disco. Intro di batteria e soave assolo di chitarra che continua a fraseggiare con maestria anche dopo l’ingresso della voce. Con il trascorrere della puntina sul disco la canzone si indurisce, cambia veste e lascia il post a un riff accattivante, forse poco romantico. Non dispiace, per carità, ma i Deep Purple ci hanno regalato di meglio. Anche in questo caso l’assolo di tastiera – immancabile – alza decisamente il voto della canzone anche se forse carica troppo la traccia con l’elettronica. Impeccabile quello di chitarra. Esperimento riuscito One Night in Vegas, un progressive esplicito dall’inizio alla fine, un prog non esclusivo, non ermetico ma orecchiabile anche per i neofiti che il piedino lo battono a tempo. Anche la durata del brano (meno di quattro minuti) è insolita per il genere. Con Get Me Outta Here arriviamo al giro di boa: voce effettata – e non è una novità in questo album – ritmo cadenzato, poche aperture ma qualche chicca musicale c’è. Non basta per convincere appieno.

Stacco netto e via con l’inizio quasi da musica classica di The Surprising, che prosegue con arpeggio delicato e ricercato: un bel giro su cui si posa la voce andando a creare il primo vero e proprio vuoto allo stomaco dall’inizio di inFinite. Non arriviamo neanche a metà canzone che il registro cambia radicalmente con un assolo dalle sonorità quasi orientale e con degli stacchi di batteria che introducono il solo di chitarra fatto di tecnica e groove. Questo è un gran bell’esempio di musica progressive. Segue Johnny’s Band con i suoi accordi stoppati, la tastiera che vaga verso il blues e una nota vocale un po’ piaciona. Complessivamente non dispiace, anzi. Ci avviciniamo al gran finale con On Top of the World, un mezzo passaggio a vuoto all’interno dell’album. Seconda chicca pura di inFinite è Birds of Pray, forse troppo ripetitiva per un minuto abbondante, poi pronta a esplodere nella seconda parte con sonorità che vanno dall’epico al rock passando per il prog (ovviamente). Il saluto finale è affidato a un esperimento gustoso, una Roadhouse Blues che fa sorridere e ci lascia con spensieratezza.

Voto: 7,5. Da assimilare.

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ultimo aggiornamento: 07-08-2017

Nicolò Olia