Manchester Orchestra, A Black Mile To The Surface, recensione: tante belle idee, poco coraggio ma un finale promettente

Manchester Orchestra, A Black Mile To The Surface, recensione: album che parte in sordina e procede a fatica ma lascia tanti begli spunti all’ascoltatore.

Un gruppo che non dispiace, va detto. La Manchester Orchestra con A Black Mile To The Surface regala tanto ma lascia anche un po’ di amaro in bocca. Il potenziale è tanto, quello inespresso forse ancora di più.

Manchester Orchestra, A Black Mile To The Surface, recensione

Plettratata potente in apertura di The Maze e voce delicata su base di basso e tastiera. Percussioni lievi e soavi, ritmi lenti ma coinvolgenti, così come la seconda voce. Qualche virtuosismo vocale c’è, la canzone resta tendenzialmente piatta ma non per questo noiosa.

The Gold inizia con un riff decisamente più coinvolgente, musica più luminosa, metrica vocale più coinvolgente. Inizia a emergere anche qualche pregevole fraseggio di chitarra. Il basso resta piacevole ma poco coraggioso, la canzone del complesso molto orecchiabile, in qualche modo dinamica.

Chiedevamo un basso più coraggioso e arriva finalmente The Moth, un bel crescendo di emozioni: aperture interessanti e riuscite. Anche qui le seconde voci e i controcanti rappresentano decisamente un punto a favore, un valore aggiunto all’intero brano. Finalmente anche il solo trova il giusto spazio: non tecnico ma orecchiabile. Dopo lo stacco musicale la canzone cambia volto ma non troppo.

Lead, SD inizia con sottofondo quasi psichedelico che lascia presagire un brano più aggressivo, più graffiante. La schittarrata acustica inizia a far sorgere qualche sospetto, la strofa in basso e voce dissipa ogni dubbio senza deludere. Pensi che comunque la canzone la sentirai perché c’è qualcosa che ti piace, non sai bene cosa, sarà il mood. Mentre ci pensi la canzone si riempie e si svuota come se nulla fosse, e questo è un punto decisamente a favore, sia chiaro. Eclettica, più coraggiosa delle precedenti. Finalmente.

Inizio pop per The Alien, una ballata che ha forse il difetto di lasciarsi troppo alle spalle il genere di appartenenza. I bit elevati della batteria non fanno il rock. Anche in questo caso lo smarrimento iniziale lascia il posto al desiderio di ascoltare la canzone, andare a vedere dove andrà a parare. Forse lo si capisce un po’ troppo presto ma non fa niente.

Segue la breve The Sunshine (1.47), un intermezzo quasi, una strofa, un concentrato di emozioni però, bisogna ammetterlo. Forse uno dei pezzi più riusciti di tutto il disco.

The Grocery ha un inizio e un impatto devastante, cattivo nei registri ma aperto nei suoni, poi quando parte il cantato tutto diventa forse troppo soft, senza l’ambizione di portare avanti l’idea che il cantato invece continua a portare con sé. Sia chiaro, il genere ha un perché ma alla lunga rischia davvero di diventare ripetitivo il disco. Poi in ogni canzone trovi qualcosa per cui vale la pena, ma ecco non è uno di quelli che io manderei a loop.

Finalmente anche una bella batteria con The Wolf che mette in mostra una delle grandi assenti ingiustificate, troppo legata al compitino. Qui invece si spazio, il metronomo (resta eh) lascia il posto alla fantasia, a un qualche ritmo primordiale che piace, ah se piace!!

The Mistake ritorna sui soliti passi del sottofondo musicale, del basso che batte tonica e quarti e indica la via alla tastiera. Poi, tanto per cambiare, con il cantato scompare quasi tutto per poi tornare con originalità a sprazzi, dal nulla. Niente di nuovo nella sostanza rispetto a quanto già proposto nei brani precedenti.

The Parts è la penultima canzone dell’album: l’arpeggio mette serenità, dona armonia. Anche questa non gira molto a largo rispetto alla strada maestra ma ha un qualcosa in più nascosto nello spartito.

Il congedo arriva con The Silence e l’inizio tiene un attimo con il fiato sospeso, della serie, ecco la canzone che cercavo in quest’album. Forse l’impatto è troppo generoso ma la canzone esce sicuramente a pieni voti, sugli scudi. In tutta sincerità, le ultime due canzoni lasciano un po’ di dispiacere pensando a quello che sarebbe potuto essere tutto l’album. Peccato, sì, ma alla prossima. Ci risentiamo senza dubbio.

Voto: 6,5.

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ultimo aggiornamento: 28-08-2017

Nicolò Olia