‘Long Distance’, i Virtual Time incarnano il rock quello buono

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I Virtual Time piacciono e stupiscono con Long Distance, album degno di nota nel panorama della musica rock

Bella scoperta i Virtual Time, una bella carica rock dal sapore degli anni ’80 con influenze che vanno dai Queen, ai Queensryche agli Iron Maiden.

Long Distance, l’album:

Signore e signori bentornati negli amati anni ’80 (o giù di lì). Riff potenti e chitarre maestose, voce graffiante e accattivante. Dopo l’Intro, Remember ci catapulta subito in anni che lontani che speriamo ogni giorno possano tornare in auge. Il tentativo da parte dei Virtual Time è importante, la qualità dietro ai rispettivi strumenti c’è e si sente. Mr And Mrs Baracuda apre con un bel ritmo sincopato, pause e stacchi che danno alla canzone una bella dinamica travolgente. La batteria picchia forte ma non siamo di fronte a un esempio di metal nordico o altre cose spinte. Ci sono gli acuti stile Queensryche (ma non troppo) e mood accattivanti e ripetitivi. Buona l’idea ma nei suoi quasi tre minuti la canzone non esce mai dal solito – seppur originale – giro. Bella l’intro di Low Away, una di quelle ballad l’album di cui un album del genere ha bisogno per avvicinare i più restii ma anche per esprimere al meglio qualche tematica un po’ più profonda. Il brano non dispiace ma manca l’impatto travolgente del cavallo di battaglia, forse perché resta intrappolata tra il desiderio di esplodere e la voglia di rimanere orecchiabile. Degno di nota l’assolo di chitarra, buona la scelta del giro, melodico e semplice. Waves Are Calling è la giusta interruzione messa al punto giusto. Cambia mood, la metrica anche. Indovinato il suond, vincenti i controcanti di chitarra. Poco da dire, la canzone tira, apre bene in un ritornello orecchiabile e raffinato come vuole la lunga tradizione del rock. Pregevole la scelta di inserire una parte (breve) totalmente musicale dove sono rintracciabili influenze provenienti dal mondo della musica progressive. Fireworld II rappresenta un secondo tentativo di ballad, stavolta più convincente, forse perché più originale anche se scommetterei che qualcuno dei ragazzi è cresciuto con Freddy Mercury e i Queen nel cuore. Free From Change  è invece proprio la simil ballad di cui il disco aveva bisogno. Degno di nota il finale.

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ultimo aggiornamento: 08-05-2017

Nicolò Olia