Nirvana e le accuse per “Nevermind”: si riapre la causa per pedopornografia

Nirvana e le accuse per “Nevermind”: si riapre la causa per pedopornografia

La Corte d’appello federale riapre la causa voluta da Spencer Elden, il bimbo icona della copertina di “Nevermind” dei Nirvana.

Un’immagine che è diventata un’icona della musica rock, ancora fino ai giorni nostri. Nonostante una sentenza precedente aveva respinto la richiesta di risarcimento per pedopornografia presentata da Spencer Elden – il ragazzo che appariva nudo, da neonato, sulla famosa cover di Nevermind – oggi il caso si riapre contro la band dei Nirvana.

La causa di Spencer Elden

Oggi 32enne, quando aveva solo quattro mesi i genitori di Spencer Elden avevano prestato loro figlio per una foto che sarebbe stata utilizzata dai Nirvana per la copertina di Nevermind. Un’immagine che negli anni è diventata un’icona della musica rock, ma che all’uomo oggi avrebbe arrecato conseguenze psicologiche.

Il famoso bebè viene raffigurato nudo, mentre nuota in una piscina inseguendo una banconota. Ormai uomo adulto, Elden sostiene che la band e le etichette discografiche Universal Music Group, Geffen e MCA Records, insieme a Courtney Love (vedova di Kurt Cobain), hanno “consapevolmente” continuato a riprodurre, distribuire e promuovere la copertina dell’album nei dieci anni precedenti alla denuncia.

Questo include anche la ristampa per il 30° anniversario dell’album, la cui copertina continua a mostrare la “lasciva esibizione dei genitali di Spencer”.

Riaperta la causa contro i Nirvana

Dopo la denuncia di Spencer Elden, un giudice della California aveva dato torto all’uomo sostenendo che non c’è pornografia infantile sulla copertina di Nevermind dei Nirvana. “Elden ha trascorso trent’anni a trarre profitto dalla sua celebrità come l’auto nominato ‘Nirvana Baby’“, avevano chiosato i legali del gruppo di Seattle.

Ad un anno da quando il caso sembrava ormai chiuso, arriva però la sentenza della Corte d’appello federale ha permesso a Elden di procedere con la causa. La Corte ha affermato che, “esattamente come le vittime di diffamazione, anche le vittime di pornografia minorile subiscono un danno con la ripubblicazione del materiale pornografico”.

Questo “può costituire un danno analogo a quelli causati dalla diffamazione e da altri attacchi della dignità della persona, giacché ogni visione di materiale pedopornografico è una ripetizione dell’abuso subito dalla vittima“.

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