40 anni di Faith, il terzo album dei Cure di Robert Smith

40 anni di Faith, il terzo album dei Cure di Robert Smith

Scopriamo qualche curiosità su Faith, quarto album dei The Cure, che la band britannica pubblicò il 14 aprile 1981.

Se Pornography del 1982 è stato l’apice del periodo goth dei Cure, il suo predecessore, Faith – uscito il 14 aprile 1981 – era la nebbia gloriosamente cupa vicino al picco che devi superare per raggiungere la cima. Anche la copertina dell’album è l’immagine di una vecchia tenuta inglese avvolta dalla nebbia e ognuna delle otto canzoni è immersa, in modo simile, da una foschia sapientemente strutturata.

Chitarra batteria e amplificatore

The Cure, qualche curiosità sull’album Faith

I The Cure sono emersi nel 1979, nel cuore dell’era post-punk, offrendo tracce concise, spigolose e relativamente veloce come Boys Don’t Cry e Jumping Someone Else’s Train che combinavano l’anomia di Robert Smith con ispirazioni pop. Con il loro secondo album, Seventeen Seconds degli anni ’80 , i Cure iniziarono a creare musica che corrispondesse al malumore dei loro testi.

Sebbene i loro primi album non abbiano mai avuto molta popolarità anche nella loro nativa Inghilterra, i Cure raggiunsero rapidamente lo status di band culto. Il suicidio del frontman dei Joy Division, Ian Curtis, (icona post-punk/ proto-goth dell’Inghilterra) risaliva a pochi mesi prima quando Smith, il bassista Simon Gallup e il batterista Lol Tolhurst si riunirono per registrare il loro terzo album.

Il video di Primary:

Infatti, Smith spesso dedicava a Curtis le prime versioni live di Primary. I Cure consolidarono la loro posizione di maestri della malinconia modernista con il gotico Seventeen Seconds, che racchiudeva qualcosa di ancora più atmosferico e pieno di angoscia. Smith aveva solo 21 anni quando i Cure registrarono Faith, album del 1981 che rappresenta un racconto avvincete e oscuro della sua disperata ricerca di trovare il suo posto nel mondo.

Qualche curiosità sulle canzoni dell’album

In Primary, Smith canta: “più andiamo avanti e invecchiamo/più sappiamo, meno mostriamo“, mostrando – così – l’eterna lotta tra il proprio Io adulto e il fanciullo interiore. La traccia rivela anche che i Cure sono maestri del gioco di prestigio sonoro. Nonostante l’apparente ampio spettro di suoni sulla traccia, gli unici strumenti utilizzati furono la batteria e due bassi. Per riempire il vuoto di chitarre o sintetizzatori, la band utilizzò dispositivi come il flanger che sarebbe, poi, diventato un marchio di fabbrica dei Cure.

Primary e Doubt (dal suono decisamente punk) sono gli unici brani uptempo di Faith. Questo album – va detto – non è diventato una pietra miliare del genere goth, proprio a causa dei vari brani veloci che lo caratterizzano. Dal suono adeguatamente sommerso di The Drowning Man al quasi maestoso, carico di synth The Funeral Party, l’album è dominato da melodie inebrianti e ipnotiche che rappresentano la ricetta di successo della band, dotata di una particolare capacità: far sembrare la malinconia un divertimento.

Anche se Faith viene pubblicato nel bel mezzo della classica trilogia gotica dei Cure, rivendica innegabilmente la sua distintiva firma sonora. Uno degli esempi più evidenti è il predominio del basso. Oltre al già citato Primary, non mancano Other Voices, The Holy Hour e la title track, dove il basso è più o meno lo strumento principale nonostante la presenza di chitarra e tastiere.

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