Roger Waters, Is this the life we really want? La risposta nelle dodici canzoni dell’album

Roger Waters, Is this the life we really want? La risposta nelle dodici canzoni dell’album

Il ritorno di Roger Waters; Is this the life we really want?, poche note stonate e pochi acuti sopra le righe. E i Pink Floyd non sono del tutto alle spalle…

I fans hanno dovuto attendere tanti, forse troppi anni per il nuovo disco di Roger Waters, ma va detto che Is this the life we really want? merita di essere ascoltato con attenzione. È sicuramente il manifesto dell’ex bassista e portabandiera dei Pink Floyd, è sicuramente un messaggio duro da digerire, forse troppo pessimista, sicuramente toccante e ricco di spunti di riflessione.

Roger Waters, ‘Is this the life we really want?’

Apertura (When we were young) decisamente pinkfloydiana con un parlato/recitato su sottofondo di sirene e inquietante ticchettio di quella che sembra essere il timer di una bomba a orologeria. Il clima si distende con Dejà vù, ma solo perché appartiene alla sfera dei ricordi, del passato. Probabilmente. Chitarra delicata, tappeto di organo e spazio ai sogni di bambino. Con The last refugee il mood resta simile ma cambia decisamente lo stato d’animo: c’è aria di pessimismo, il ritmo – se possibile – rallenta, il cantato è un grido, una richiesta di aiuto, altre volte un sussurro. L’apertura finale e la voce femminile un po’ rasserenano e un po’ inquietano. Di forte impatto Picture that, dove il cantato è quasi un parlato rabbioso che fa da contraltare alle note chiare e cristalline di una tastiera pronta a generare l’arcobaleno. Anche gli accordi aperti della chitarra contribuiscono in questa lotta tra la luce e le tenebre. Broken Bones sembra la canzone della resa, dell’uomo che alzabandiera bianca di fronte allo scorrere inesorabile (e non proprio positivo nella visione del nostro Roger Waters) del tempo. Una ballad delicata e toccante, da vuoto nello stomaco.

E con la traccia numero sei arriviamo finalmente alla title track: una buona dose di tradizione psichedelica di sottofondo c’è e si sente, la forza del brano è nel testo, manca l’acuto vincente. Sul filone psichedelico si inserisce anche Bird in a gale, altra panoramica non proprio ottimista ma lodevole. The most beautiful girl  è un ulteriore brano che interrompe bruscamente il flusso di emozione invertendo la rotta con poco preavviso, mentre Smell the roses rappresenta un bell’esperimento con tendenza funky legata al background di Waters: il connubio non è orecchiabile da subito ma funziona. Altra canzone d’amore, o per meglio dire di cuore, è Wait for her, altra ballata che fatica a differenziarsi dal resto dell’album. L’acuto, la canzone davvero bella dell’album è Oceans Apart, con la quale l’ascoltatore raggiunge, complice il verso dei gabbiani, la pace dei sensi e la serenità. Nonostante tutto. Chiude l’album Part of me died che riprende il mood della canzone precedente e si congeda con un sorriso malinconico.